sabato 16 luglio 2011

Dove tutto cominciò.

Era l'agosto del 1352.
Sentivo un caldo atroce sotto il pesante e ampio vestito di mussola che portavo. Ed ero in viaggio. Di nuovo. La nostra vecchia casa in Francia era già diventata troppo sospetta: la gente iniziava a domandarsi perché nessuno dell
a nostra famiglia non invecchiasse, perché i segni del tempo sembravano non scalfirci.
Così eravamo tornati in Italia, la patria nella quale ero nata, alla volta di Firenze.
Vedevo la campagna toscana che sommergeva il panorama notturno, quasi a voler abbracciare la nostra carrozza che correva velocemente alla volta della città nella quale avremmo passato gli anni successivi.
Guardai i miei fratelli: Elia e Nicola.
Nonostante la loro somiglianza fisica, erano molto diversi caratterialmente e ogni volta che io e Nicola, afflitti da anni di solitudine, ci presentavamo al mondo come moglie e marito e non come fratello e sorella, vedevo Elia che storceva il naso. Lui riteneva i nostri giochi di Potere qualcosa di estremamente stupido e effimero, di certo non degno di essere ricordato.
Il punto è che, per quasi quattromila anni, l'unica cosa alla quale mi ero interessata veramente era appunto il Potere. Non mi importava che per averlo avrei dovuto uccidere qualcuno, scavalcare persone o usarle: mi importava solo di me stessa.
Ripensadoci, ero terribile. Ma quelli erano gli anni con meno rimorsi, senza alcun rimpianto e nei quali potevo saziare la mia sete in qualsiasi modo possibile.
La carrozza si fermò.
Qualcuno era sulla nostra stessa strada: riuscivo a sentirne il pulsare ritmico del cuore, il sangue che scorreva nelle vene, il respiro quieto... E altri cavalli. "E' un'altra carrozza" osservai ad alta voce, rivolgendomi ai miei fratelli. "Sì, e ora tocca a te... Non ci hanno ancora visti: ti va di fare il nostro giochetto?" domandò ammiccante Nicola. Io annuii e scesi dalla carrozza. Lui si stese a pancia in su sul terreno brullo, mentre io già correvo verso il veicolo ancora in movimento.
"Aiuto! Aiuto!" urlai, fino a quando qualcuno mi sentì e arrestò la carrozza. Era un uomo con una pancia prominente e il fiato che puzzava di birra. "Signorina, voi cosa ci fate su una strada deserta a quest'ora della notte?" "Oh, io e mio marito stavamo tornando verso casa, quando dei briganti lo hanno assalito! Vi prego, aiutateci. E' steso lì per terra" indicai Nicola, che fingeva perfettamente di essere morto. Non vedevo nemmeno il petto che si alzava e si abbassava.
Il signore si avvicinò a mio fratello, cercando di sentire il battito cardiaco. Di sicuro non si aspettava che il morto lo agguantasse e gli perforasse il collo.
Bevemmo tutti e due, uno a sinistra e uno a destra. Il suo sangue, non era dei migliori ma di sicuro era meglio di niente. Elia si rifiutò di scendere: pensava di dare nell'occhio.
"Signor Lombardi? Cosa succede là fuori?" era la voce di un ragazzo.
Scappammo velocemente dietro agli alberi, in modo che il garzone che stava scendendo non ci potesse vedere. Mi pulii il sangue dalle labbra con il fazzoletto da taschino di mio fratello e poi, coperta dall'oscurità che avevo attirato a me, osservai silenziosamente il garzone.
Rimasi stupita quando vidi che non era vestito da umile ragazzo fiorentino, ma con un ampio mantello rosso e pregiati stivali di pelle. Aveva i capelli biondo scuro e due magnetici occhi verdi, vivi e accesi.
Ogni tanto, mi mancava essere propriamente viva... Soprattutto quando vedevo ragazzi pieni di vita proprio come quello. Immaginai il sapore del suo sangue sulla lingua e questo quasi bastò a farmi saltare la copertura. "Daniele! Vieni subito fuori!" dalla carrozza uscì un altro ragazzo ben vestito... avrà avuto circa due anni in più di quello con gli occhi verdi, ma ciò che mi stupì a quel punto non fu il mantello, ma il suo viso.
Era perfetto, fin troppo per un ragazzo umano. E i suoi occhi erano di un azzurro così chiaro che faceva quasi paura: occhi di ghiaccio, più chiari dei miei. Mi venne voglia di mettere le mani nei folti capelli scuri di quel ragazzo e poi di morderlo e prosciugarlo fino all'ultima goccia di sangue.

E' ora di fare la parte dei buoni samaritani, mi sussurrò mentalmente Nicola.
Io annuii e piombammo al di fuori dell'oscurità.
"Bontà divina, cos'è successo a quest'uomo?" domandai fingendomi terrorizzata. "E' il nostro cocchiere, il signor Lombardi... qualcosa lo ha assalito" disse il ragazzo con gli occhi verdi. "Oh, quindi non sapete come tornare a casa?" quando pronunciai quella frase, mi accorsi che occhi di ghiaccio mi stava fissando in maniera strana.
Certo, era ovvio che con il mio aspetto attirassi l'attenzione, anche perché al tempo le donne non avevano molto tempo per badare alla loro immagine. Avevo capelli castani mossi come un mare in tempesta, occhi azzurri e un fisico che le "ragazze" di diciott'anni - tutte ormai maritate e con almeno due figli- non potevano neanche fantasticare di possedere.
Ma il modo in cui mi osservava, mi scrutava l'anima, mi mise quasi in imbarazzo.
"Dove siete diretti?"domandò Nicola. "A Firenze" rispose occhi di ghiaccio continuando a perforarmi l'anima con lo sguardo. "Perfetto. Vi potremmo accompagnare noi... Ci stiamo trasferendo lì perché nostro padre ci ha lasciato un feudo" esclamai cercando di non interessarmi al ragazzo che ancora mi guardava. Ma qualcosa mi spingeva a guardare anche lui, come se fossi stata obbligata da qualcosa con più Potere di me.
"Permettete di presentarci. Io sono Nicola Sannino e questa è mia..." "...sorella" conclusi io, dando ragione per una volta ad Elia. "Il mio nome è Bianca" strinsi la mano a tutti e due. Quando toccai la pelle di occhi di ghiaccio, ebbi una scossa.
L'attimo durò un'eternità.
Poi mi riavvicinai a Nicola, mentre loro si presentavano. A parlare fu proprio occhi di ghiaccio. "Il mio nome è Daniele Salvatore e questo è mio fratello, Valerio Salvatore. E' una vera fortuna che ci siamo incontrati... Il nostro feudo è vicino al nostro e stavamo tornando verso Firenze proprio perché ve lo avremmo dovuto mostrare l'indomani" li guardai sorpresa. "Così giovani vi occupate degli affari di famiglia?" "Sì" rispose Daniele. "Nostro padre è morto tempo fa. E' stato ammazzato da un vampiro" e in quel momento capii perché mi avesse fissato per tutto quel tempo.

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